Melinda Miceli

 Dott.ssa Melinda Miceli  

Scrittrice e Critico d'arte 

Giornalista, Saggista, Docente 

Critico responsabile - Ars Magistris Magazine Art

 

Domenico Battaglia, Badò nome d’arte di nasce a Catania nel 1946, dove si diploma presso l’Istituto d’Arte. A Palermo consegue l’abilitazione all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte. Ha insegnato decorazione pittorica e diretto i laboratori del disegno professionale presso l’Istituto Statale d’Arte di Catania. Scultore, grafico, incisore, attento conoscitore dei monumenti e della storia di Catania è affascinato dalla Sicilia nel verso dallo scrittore e poeta tedesco Wolfgang Goethe. Acquarellista di alta considerazione, partecipa attivamente a mostre collettive di respiro regionale e nazionale, incontrando sempre più consensi di critica e di pubblico, che gli permettono di essere presente in qualificate collezioni pubbliche e private. Sulle tracce degli antichi viaggiatori del Gran Tour ha realizzato  acquerelli sulla città etnea e sulle leggende sicule, con particolare attenzione a quella sanguinaria dei mori e dei pupi siciliani, inesauribile ispirazione tra i luoghi e i miti più suggestivi della Sicilia nel mondo.

L’acquerello, tecnica antichissima già usata dagli egiziani, ebbe sviluppo in Cina su seta dal III sec. a.C. al XV sec. e in Giappone dal VI fino al XIX. Nel Medioevo In Europa fu impiegato nella decorazione dei manoscritti e fiorì fino all’800 in tutta Europa e negli Stati Uniti annoverando nomi sacri come  Dürer, Fragonard,  Nolde, Sargent, Raimondi, Klee ecc. ecc…

La pennellata fugace, rapida e sicura dell’artista non ammette ripensamenti; Badò mostra di conoscere alla perfezione il disegno evitando che esso prenda il sopravvento sul piano visivo, lasciando che la tessitura cromatica sia raffinatamente essenziale,  riducendola a tre o quattro colori base che interagiscono con la ricercatezza del loro cromatismo.

Primi piani di Sicilia tra cui Acitrezza, La pescheria di Catania, Noto, Taormina,  Finestra di Palazzo Biscari, Caltagirone, Mondello, coniugano ambienti e orizzonti in un focus di evasioni estemporanee dove l’esperta resa di liriche effigi, luoghi simboli, sembra avvolgersi di romantiche e sinuose atmosfere che sfumano attraverso la trasparente brillantezza della figurazione, nell’edotto uso della scala del colore. Ed è nella trasparenza delle tinte che i bianchi e gli effetti luminosi, favoriti dal chiaro della base su cui si stendono le sfumature acquose dell’acquerello, che Badò estrae quell’ammaliante “solare mediterraneità” che si diluisce nelle aeree gamme cromaticamente attutite dell'acquerello. Tra i luoghi conosciuti Ognina, La fontana dell’Amenano oltre alla valenza artistica come diari di un viaggio documento attraverso le città  siciliane, rappresentano importanti testimonianze socio-culturali dove l'arte con il suo gusto del dettaglio, diventa veicolo di promozione turistica accendendo originali riflettori sull’Isola.

Domenico Battaglia da risalto alle marine, ai piccoli borghi e ai monumenti, come nel caso delle mensole di palazzo Nicolaci a Noto che lo hanno affascinato, dove la visione della morbidezza unica e dei chiaro scuri delle mensole Iblee è completa grazie anche alla precisione delle pennellate. Badò merita attenzione per l'esemplare tenuta esecutiva e per le combinazioni prospettiche che trasformano la stessa materia. L’artista nella sua ricerca, mosso da un sentimento di riappropriazione, opera al contempo, a  salvaguardia di un passato ancestrale ed essendo protagonista nel presente attraverso il  suo "far pittura". Un forte anelito alla “perlustratio storico e artistica” l'ha spinto a immortalare  spaccati della società siciliana e delle sue leggende col filtro della propria anima e del proprio vissuto interiore.

La sua evoluzione stilistica lo pone negli ultimi anni a rappresentare immagini reali e segni o simboli che rimandano a idee verso l’astrazione. Esperienza estetica comune alle avanguardie storiche, l’astratto di Badò muove dall’esigenza di mascherare le cose e sembra dire che può esistere un’estetica che nasce dalle cose stesse, senza che esse debbano necessariamente imitare qualcosa di ulteriore. Questo metodo di  nuova progettazione estetica e indagine artistica  giunge a esiti interessanti. I suoi disegni astratti, acrilici su tela, sono a differenza degli acquerelli, inquadrature della mente, immaginario memoriale ripreso da fotogrammi naturalistici e intellettuali che inducono lontano il contesto oggettivo filtrandolo attraverso numerose lenti distanzianti e scomponenti. L’artista affronta la pittura astratta attraverso tre gruppi di opere; tracce larvali, sensazioni ispirate, intercapedini archeologiche e mitologiche sono disegnate da abili linee, un gesto sicuro, immediato che svapora il colore nell'onirico ed elabora le immagini geometrizzanti del primo gruppo come si osserva in Aliseo, Matematico, Mercurio, La maschera, Raggio di colore, dove l'idea cresce su se stessa istintivamente, di getto, astraendo ogni riferimento spaziale che possa dotare la tela di griglie prospettiche di supporto pur mantenendo ancora un suo razionalismo plastico tipico dell’astrattismo di Paul Klee e Mauro Reggiani. Nel secondo gruppo  cui appartengono Elisium, Vertigo, Giungla, esclusa  da ogni possibile progettualità, il rapportarsi ad un disegno precostituito di riferimento, lo spazio reale è rarefatto, ridotto a semplici linee e campiture di colore, con lo scopo di creare un linguaggio visuale di forme, linee e colori indipendente dalle referenze visive reali . Qui la percezione delle forme diviene esperienza psicologica che segue leggi universali. L’articolazione tra forme e colori viene affidata ad esperienze già possedute e a automatismi di fondo, altresì tende a interpretare le cose che vede indipendentemente da cosa esse ritraggano.  Appartenente al terzo gruppo, “Omaggio a Picasso” antepone lo spazio cromatico al soggetto stesso, contraddice le tranquillizzanti certezze di una visione regolare, che viene così sostituita da una personale estensione fantastica fatta di geometrie irregolari intersecanti, spoglia di coordinate di nesso spaziale, capace di sviluppare fotogrammi-tele la cui sfera percettiva elegge come referente solo le segrete emozioni del proprio mondo inconscio guidato da grande perizia tecnica di fondo figurativa che rende gli astratti davvero pregevoli e rilevanti. L’artista con elaborate soluzioni, suggerisce ritmi e visioni, stende spaccati geometrici su plastiche evidenze e dilatazioni informali per slanci e abbrivi intangibili suffragati da particolarismi plastici, a dettagliare i suoi soggetti con accostamenti, disposizioni trasversali e strutturazioni, che investigano e impiantano le sorgenti delle impressioni  cromatiche. Il suo intendimento indugia, con severo riserbo, sull'estrinseco del mondo attraverso un contatto trasverso con il sentiero del limite, che non ravvede nessun confine di preclusione. In questo universo sfuggente fa di tutto perchè ci sia un respiro, un varco per superare un orizzonte di vaghezze attraverso la sua singolare visione.

La capacità di coniugare l’arte classica con le leggende sicule è il filo conduttore delle opere scultoree di Badò: ciò risulta evidente in Orlando,  Pegaso e Alessandro, Poseidon. Risente dell’influsso dei maestri fiorentini, ossessionati dalla perfezione e dal tentativo di liberare dalla pietra le figure imprigionate. Riesce a catturare la concentrazione e lo sforzo fisico dei suoi personaggi in una scultura che mostra chiaramente la vittoria sulla sostanza. Le figure sembrano staccarsi dallo sfondo assumendo volume, che con lo scopo di trasmettere movimento e dinamismo tanto da far parlare di scultura michelangiolesca. La risoluzione dei dettagli non ha ancor  polverizzato il concetto di staticità e la canonizzazione e la definizione matematico-anatomica delle proporzioni dei corpi viene studiata analiticamente ed enunciata secondo rigidi principi dallo scultore Policleto. Una produzione scultorea classica severa quella di Badò in cui ancora non vi è interazione tra il soggetto e l’ambiente, che storicamente arriva fino alla morte di Alessandro Magno, avvenuta nel 323 a.C suo soggetto ispiratore, spartiacque concettuale di una produzione scultorea che tramite questo soggetto quasi come data la stessa storia, volge verso il periodo ellenistico.

 La testa di Poseidon, in terracotta appare volutamente un soggetto lasciato incompiuto o in stato di abbozzo, emblema del conflitto tra spiritualità e materia in un frasario artistico  che enuncia manifestamente l’umana ed eterna lotta per la libertà.

 

Melinda Miceli Scrittrice e Critico d’arte